E' arrivato il turno del terzo film della mia lista "Academy Awards", ovvero American Hustle.
Film che ha fatto poker di nomination tra gli attori e che ha collezionato in tutto ben dieci candidature.
Forse un tantino troppe.
Ammetto, ero partita con aspettative basse per questo film. Avevo letto più pareri negativi che positivi in merito.
Schifo non mi ha fatto, ma onestamente non mi spiego quale capolavoro possa essere da meritarsi addirittura nominations a due cifre.
Il cast se le merita tutte e quattro, per carità. Ma non vedo dove sia il capolavoro.
La storia di cui parla il film è una vicenda realmente accaduta, che gira intorno ad un'operazione dell'FBI anticorruzione a fine anni '70 che si avvale dell'aiuto di due truffatori di professione.
In alternativa, il film si può riassumere così: Bradley Cooper prova ad infilarlo per due ore e alla fine lo prende lui.
Questa mia versione del plot ha fatto furore sia su Facebook che su Twitter (faccio modestia di secondo nome).
Insomma, non so neanche cosa dire in merito.
American Hustle è uno di quei film che puoi vedere se hai due ore di tempo libero e non hai di meglio da fare.
Ho apprezzato in particolar modo la fotografia, che in qualche modo ricorda quei tempi che furono e ho molto molto apprezzato i costumi, particolarmente quelli femminili.
A+ alle interpretazioni, la mia adorata Jennifer Lawrence riesce a spiccare anche se si vede in tutto per un quarto d'ora. Tanto di cappello anche ad Amy Adams, Bale, Cooper e Renner.
Per il resto, nulla mi ha colpita in maniera tale da lasciare un commento articolato e sensato.
Tette della Adams, panza di Bale e bigodini di Cooper a parte.
Una commedia godibile con un grande cast, ma niente di così trascendentale. Neanche a livello negativo.
Certo, noi altre donne ci facciamo un po' la figura delle isteriche, ma vuoi o non vuoi sono proprio loro che, in un certo senso, risolvono la questione.
Dunque, il commento a sto giro è breve, esultate pure.
Non nascondo di aver esultato nel cuore della notte, quando La Grande Bellezza ha vinto il Golden Globe.
Per ragioni puramente nazionalistiche, non avendolo ancora visto.
Dunque mi sembrava doveroso colmare questa lacuna, visto che il film è candidato anche alla statuetta cinematografica più prestigiosa l'Oscar.
Una volta visto, dico questo: se dovesse vincere, sarò contenta per le stesse ragioni, per patriottismo spiccio più che per il film in quanto tale.
Se ve lo state ancora chiedendo, no, non mi è piaciuto.
Sarò una mente semplice, sarà che con l'età mi sono rincoglionita, ma ho trovato la visione di questo film un vero e proprio strazio.
Ma procediamo per ordine.
Di cosa parla il film? Di Jep Gambardella, giornalista fu scrittore e dei giorni che seguono il suo 65mo compleanno.
Della sua vita che ruota tra noia, feste, mostre, performance e funerali.
In sintesi. Perché, in effetti, più che di trama qui ci sarebbe da farci una trattazione filosofica sul significato della vita e bla bla.
Parto subito da quello che mi è piaciuto, perché almeno una cosa riesco a salvarla di questo minestrone onirico e metafisico lungo due ore.
Roma. Ottima fotografia e un gran bell'omaggio alla Città Eterna.
D'altra parte la storia del protagonista si svolge nei salotti "bene" della nostra Capitale, dunque era inevitabile incappare nei migliori scorci della città, e Sorrentino ha fatto un buon lavoro, ricordandoci quanto Roma sia splendida nonostante lo stupro che subisce quotidianamente da amministrazioni, turisti e cittadini poco civili ogni giorno.
Chiamatemi pure mente semplice o ignorante.
A me i film messi in piedi così non mi piacciono. Sarà che ormai sono diventata una strenua attivista del partito "Cinema as Entertainment" (fatto coi tutti i crismi, ovviamente), sarà che son convinta che ci sono altre strade per far riflettere il pubblico su temi più o meno importanti, ma questa ricerca spasmodica di apparire elitari e al di sopra di tutto e di tutti a me non attira.
Questo continuo saltare da una cosa all'altra, almeno apparentemente, perché Jep, in fondo, non è che si sposti molto dal suo orticello da intellettuale. Riflettiamoci, il guizzo di novità nella sua vita lo porta una spogliarellista ultraquarantenne, segno palese di come la noia e il "ho già visto/ho già fatto tutto" siano un segno caratteristico della sua quotidianità.
Oltre alla noia è palese lo squallore in cui vivono Jep e i suoi "amici", tra l'altro cliché triti e ritriti di un certo ceto sociale: il marito cornificatore, la moglie cornuta, la radical chic, quella che ha il figlio problematico, eccetera eccetera eccetera.
Poi i dialoghi. Lessico ricercato, argomenti di discussione filosofici. Ma io ci credo poco che la gente, anche se di un certo status sociale parli in quel modo e di certe cose. Soprattutto sono poco credibili dopo essersi fatti svariate piste di cocaina e storditi di musica commerciale da quattro soldi. Per piacere.
L'ultimo pezzo, quello dov'è protagonista la suora, la "Santa" mi ha veramente inquietata. A parte lei in sé, senza denti in bocca (perdonatemi, fisime personali, non fateci caso).
Ma cosa vuole dirci Sorrentino? La fede è l'ultimo appiglio? Che dopo una vita di bagordi e frivolezze si può ritrovare un senso per la propria esistenza rivolgendosi a Dio o ad una qualche spritualità?
Mah, sarà. Ma questo è uno scetticismo mio personale che esula dal film. Poi magari non voleva dire neanche questo e io ho male interpretato tutta la sequenza.
Ho trovato tutto forzato, specie la recitazione, Servillo non mi è dispiaciuto in toto, ma i segmenti in cui ci sono le varie morti l'ho trovato poco credibile (?).
Su Verdone non dico nulla perché io lo adoro, mi prostro ai suoi piedi e quando fa particine così ridicole e inutili per me è come buttare tutto alle ortiche.
Una cosa che mi ha dato veramente, ma veramente fastidio, al di là di tutto il filosofeggiare è stato lo spudorato product placement.
Partendo dal vermouth, passando dai cappellini alla birra alla banca (che però almeno figura nei titoli di testa) o all'assurda inquadratura dello spremiagrumi, inserita solo ed esclusivamente per mostrarci il brand (di cui non ricordo neanche il nome, va là quanto è servito).
Facciamo tanto gli intellettuali sopra le righe e poi smarchettiamo per tre quarti di film? Per cortesia.
Insomma, a conti fatti per me è un NO gigantesco, ma ribadisco, non alzerò le barricate o griderò allo scandalo, sarò contenta solo ed esclusivamente per puro spirito campanilistico, come ho già detto all'inizio del post.
Che sia chiaro, io non sono contraria ad un cinema che dia dei messaggi, che parli di qualcosa, che faccia riflettere, ANZI.
Sono semplicemente stufa di questo cinema che si pone al di sopra di una logica più spiccia, questo cinema che crede che per fare un buon prodotto debba per forza essere astruso ed elitario.
Altrimenti le cose fatele per voi, non per un pubblico ampio, perché altrimenti, per me, siete alla stessa stregua della performer che prende a capocciate il muro perché sente le vibrazioni...
Eccomi con il primo film visto della lista "Awards Season 2014".
Presentato al Festival del Cinema di Roma, al momento, tra i vari premi ottenuti ci sono il Best Screenplay ai Golden Globes e Migliore Attrice, Scarlett Johansson, proprio al nostro Festival.
Nota: Scarlett è stata considerata "ineligible" (non avente diritto) alle candidature di premi importanti come i Globes o gli Academy perché non è mai apparsa in scena, la mia opinione a riguardo ve la lascio dopo.
Ma parliamo del film (spero di esserne in grado, sono piuttosto arruginita)
Her
Di cosa parla questo film?
Ne faccio un breve sunto senza raccontare troppi dettagli visto che ancora nei nostri cinema non è uscito.
Theodore Twombly per vivere scrive lettere d'amore. Vive in un futuro non molto lontano in cui la tecnologia ha superato determinati limiti, sta divorziando e si innamora di una voce.
Plot di film in due righe, Chiara a vostro servizio.
Ho apprezzato molto l'uso delle inquadrature, l'alternare i primi piani di Phoenix con campi più lunghi che in un certo senso stanno ad indicare la dispersione dell'individuo tra cemento e tecnologia.
La sceneggiatura è curata e si merita tutti i premi e le nomination.
Sono molto onesta: mi son messa a vedere il film senza aver letto una riga di trama prima, l'unica cosa che sapevo era che Scarlett non si vedeva mai, il perché, però mi era oscuro.
Ebbene, mi è stato tutto chiarissimo.
Non c'è una sbavatura e anche i flashback sono azzeccatissimi.
Una cosa mi ha un po' turbata: i costumi, sarà che io detesto la vita alta e certi colori un po' smorti ma non mi sono piaciuti granché. Probabilmente perché stridevano un po' con l'ambientazione ipermoderna del film.
Ma ad ogni modo, mio personalissimo parere, so che non sono fondamentali nel film ma la mia area di interesse è principalmente questa, dunque non posso fare a meno di esprimere la mia perplessità.
La cosa che mi ha colpita di questo film è indubbiamente la storia.
Il cinema non è molto incline a parlare della nuova tecnologia, nello specifico di computer, sistemi operativi, social network e tutto ciò che ne concerne.
Ok, Sorkin e Fincher hanno fatto un lavoro superbo con The Social Network, ma lì si parla di una storia vera e di una situazione che sì è particolare ma più che affrontare cosa comporta essere, in un certo senso, dipendenti dalla tecnologia (uso questo termine ma so che non è propriamente corretto), parla di come la frustrazione personale di Zuckerberg abbia dato vita a quel mostro di Facebook.
Quel quid che invece ha Her, ancora manca.
Calarsi nei panni di Theodore non è poi così difficile, siamo onesti.
Pensiamoci: non è necessario avere un Sistema Operativo che interagisce concretamente con noi tramite discussioni o addirittura surrogati (come Samantha prova a fare ad un certo punto del film) per esserne dipendenti. In fondo lo siamo già.
A quanti di noi prende un attacco isterico quando salta la linea internet o il 3G dello smartphone non funziona?
La scena in cui Theodore ha una crisi quando l'OS sta facendo l'upgrade e risulta non raggiungibile è di facile immedesimazione.
Mettiamoci poi l'aggravante che il protagonista è un animo gentile e fragile, ancora estremamente legato all'amore della sua vita, Catherine, è dunque naturale che si affezioni in maniera quasi morbosa a Samantha.
Oltre al discorso di questa dipendenza verso gli strumenti high tech, il film sottolinea la solitudine dell'individuo. I rapporti umani ci sono, ma sono fragili, incostanti. Anche se un barlume di speranza pare ci sia ancora. E anche questo aspetto, ahimè, non è poi così lontano dalla realtà.
Nota di fondo per le interpretazioni di Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson, davvero strepitosi entrambi.
Ed è un vero peccato che Scarlett sia stata esclusa dai vari premi perché non appare mai in scena.
Interpretare un ruolo del genere, quello di Samantha, dev'essere stato doppiamente difficile.
Tanti awards morali a lei, dunque.
PS: Purtroppo questa recensione, per motivi strettamente personali, è stata scritta "a rate", spero di non aver dimenticato nulla. Perdonate l'approssimazione, è un film che meriterebbe tavole rotonde di discussione!
E' da tempo immemore che non metto mano a questo blog e non nascondo che mi dispiace molto.
Doveva essere una sorta di angolo di "esercizio" per me, invece, come tante altre cose l'ho semplicemente mollato al suo destino.
Ma voglio provare a rimediare e rimetterlo in carreggiata.
Quale occasione migliore dell'Awards Season di quest'anno?
Mi sono imposta di guardare, se non tutta, almeno buona parte della selezione di film che è stata nominata agli Academy Awards del prossimo 2 Marzo.
Ho quindi un abbondante mese di tempo per riuscire nella mia impresa, in fondo, neanche tanto titanica.
Conosco i miei tempi e la mia imperturbabile pigrizia ma credo che la tempistica sia sufficiente.
In verità ho già iniziato (!) e a breve pubblicherò la prima recensione.
Dunque, mi auguro proprio di rispettare il mio intento e portarlo avanti.
In più, dopo gli Oscar, ho intenzione di fare un piccolo recap del meglio e del peggio visto sul red carpet, ormai alcuni tra i premi più importanti sono già passati, quindi è inutile stare a ripescarli uno per uno nel dettaglio, ha più senso fare un bel minestrone alla fine.
Per rifarmi viva, ho scelto un bel film, leggero, tranquillo, spensierato... insomma uno di quei film che vai a vederti giusto per passarti due ore così, all'insegna del divertimento [insert sarcasm here]
Diaz - Don't Clean Up This Blood
Non avevo ancora commentato un film italiano, anche perché, parliamoci chiaro, ultimamente non è che la produzione nostrana si prodighi a far uscire pellicole che meritino di mettere mani al portafoglio e spendere gli 8 euro di biglietto del cinema.
Mentre Diaz - Don't Clean Up This Blood li merita tutti i soldi del biglietto.
Questo non è un film, è un atto di coraggio. Perché ci vuole coraggio a mettersi a produrre e girare un documento così agghiacciante e scomodo (e non a caso ci sono voluti 11 anni).
Uscita dal cinema, ho avuto lo stomaco sottosopra finché non me ne sono andata a letto, e credetemi, non mi era mai capitato di uscire dal cinema con queste sensazioni estreme. Mi è capitato, sì, di uscire piangendo o che so io, ma mai, mai ho avuto la voglia, nel bel mezzo del film di scappare in bagno a vomitare (e non perché mi facesse schifo il film o mi impressionassero le scene), mi sentivo proprio la rabbia e lo schifo galoppare su per i nervi.
Ma andiamo per ordine.
Parte recitativa: è un film corale, in fondo, e per quanto ci possano essere dei nomi scritti più in grande rispetto ad altri, nessuno toglie spazio agli altri.
Grande Santamaria, di solito lo conosco in versioni da "cattivo" o da schizzato, stavolta l'ho visto più "pacato" (per quanto possa essere pacato un vicequestore in una situazione del genere). Elio Germano non s'è visto granché, ma a prescindere mi è piaciuto, sono obiettiva, mi dicono.
Un plauso a Jennifer Ulrich, credo che la sua interpretazione sia stata una delle più dure da affrontare.
E poi nota su Alessandro Roja: ma possibile mai che gli affibino sempre le parti da grandissimo stronzo?
Adoro la fotografia, il fatto che abbiano usato i filtri come se alcune scene fossero state riprese con videocamere amatoriali (anche se suppongo che alcuni frame siano davvero originali).
E soprattutto ho apprezzato la scelta di montaggio incrociando i vari POV, o meglio, la giornata del 21 Luglio vista seguendo i vari personaggi: gli anarchici francesi, i poliziotti, il pensionato della CGIL (ci è mancato poco che urlassi quando ho capito che anche lui andava a finire a dormire nella scuola), il giornalista, ecc.
Insomma, cinematograficamente parlando, un prodotto fatto bene, qualche sbavatura di recitazione nei personaggi minori, ma visto quello che ci propina il cinema italico, ci si può soprassedere.
Passiamo quindi alle note dolenti: i contenuti.
Ho già spiegato quello che mi ha lasciato uscita dal cinema, e a 24 ore di distanza ancora c'è dell'angoscia latente e ogni tanto mi vengono in testa fotogrammi a flash.
Uscita dal cinema, l'unica cosa che avevo in testa era: la democrazia è un'utopia. Sì, è un'utopia come il socialismo, come l'anarchismo (quello vero, non quello che ci propinano).
E' da un bel pezzo che, vagamente, mi rendo conto che quello che ci raccontano non è la verità, ma semplicemente quello che vogliono farci vedere della realtà, però ormai viviamo in un allarmante intorpidimento e ci facciamo poco caso, o proprio, ancora peggio, per niente.
Poi, ci sono questi rarissimi, anzi unici, casi in cui ti si sbatte in faccia quello che succede, e non quello che ti raccontano. Risultato? Prendere una martellata nelle gengive è meno doloroso.
E' doloroso e fastidioso quando, mentre dormi, ti arriva un calcio nello stomaco, o una bastonata in testa, no? Peggio di quando le prendi da cosciente, perché non te lo aspetti. Un po' come quello che succede a Luca o ad Alfredo nella palestra della scuola.
Mi sono sentita sfiduciata, ancora di più di quello che già ero. Mi fa schifo pensare che certe decisioni le prende chi dovrebbe tutelarci, mi fa schifo che ci siano "autorità" che deliberatamente scelgono di usare il proprio potere a uso e consumo del proprio divertimento, sì, perché quello era divertimento. Quello che è successo la notte tra il 21 e il 22 Luglio 2001 è stato il più osceno atto di violenza che lo Stato italiano potesse compiere (sempre se vogliamo escludere le varie stragi degli Anni di Piombo) dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Che differenza c'è tra quello che è successo a Genova e quello che è successo in Cile con Pinochet, o quello che succede "normalmente" nelle dittature? A parte le proporzioni numeriche, NULLA.
Ho una grande confusione in testa, una grande amarezza, una grande rabbia, un grande schifo.
Vorrei tanto che ci fosse un po' più di coscienza nelle forze dell'ordine, come quella del vicequestore Fiorini. Ma è utopia, come la democrazia. Anche perché se ci fossero mille Fiorini, basta un solo "capo" a mandare tutto a puttane. E questo succede quotidianamente. Perché è facile fare i leoni con la gente che dorme, un po' meno andare a vedere quello che, di grave, accade realmente nelle nostre strade, dove il cittadino è solo.
Concludo semplicemente con i miei complimenti a Daniele Vicari, che ha fatto uno splendido lavoro.
Premessa: io di musica ci capisco ben poco, specialmente negli ultimi mesi, ascolto canzoni molto a random, soprattutto se sono cantate dal cast di Glee. Certo, nei limiti del decente e del comune pudore.
Quindi, questo post esula dai commenti prettamente di natura squisitamente musicale (A parte i miei più sinceri complimenti ad Adele, che se li è meritati tutti i premi), dedicherò ad uno dei miei passatempi preferiti: dire castronerie sugli outfit del red carpet.
Solitamente i Grammy sono una carrellata di costumi di Carnevale, decisamente meno sobri dei red carpet cinematografici (anche se, ogni tanto, anche quelli ci regalano delle vere perle di finezza).
Ciancio alle bande e bando alle ciance, iniziamo.
Iniziamo dall'indiscussa protagonista della serata: Adele, in Armani:
A mio malincuore, devo contestare il maestro Karl Lagerfeld: sarà pure "un po' sovrappeso" ma ha stile, classe ed eleganza da vendere, e potrebbe dare un paio di lezioncine alle innumerevoli semianoressiche squinzie che spesso popolano i tappeti rossi. Già nominare sua eminenza Giorgio A., rende inutile qualsiasi commento. Guardatela: chissenefrega se non è una 38? E' bella e ha un portamento magnifico.
Metteteci che ha una voce che fa tremare i muri, semplicemente splendida.
Ah, sì, eccomi, scusate per il ritardo. (Avrei dovuto aspettare ancora un mesetto, almeno potevo raggiungere il traguardo di 12 mesi senza mettere dito qui sopra).
Questo post avrei voluto scriverlo circa una decina di giorni fa, giusto per fare la figa perché ho visto il film in anteprima. E' uscito ieri, quindi niente. E' inutile giustificarmi con pigrizia, influenza, aiuto compiti e compagnia danzante. Non l'ho fatto e stop.
Ok, torniamo sui binari.
A Few Best Men
Sorvoliamo elegantemente sull'adattamento italiano del titolo, che se ci penso mi viene da buttarmi dal Ponte di Mezzo, ora in questo momento (e vi assicuro che non è il massimo, visto che la Parma è ghiacciata). Mi rifiuto anche di menzionarlo.
Passiamo oltre: le motivazioni che mi hanno portato a vedere questo film sono molto alte: Xavier Samuel, che ovviamente non mi ha delusa, specie nella scena del rientro a Londra, all'inizio del film.
Che vi devo dire, da buona femministaluteroèmioemelogestiscoio, sono, onestamente, un po' restia ai film tutti al maschile... Ma questo mi ispirava particolarmente: sarà stato il lato B di SaverioSamuele, Olivia Newton John o la pecora, non lo so, ma volevo vederlo.
Abbiamo finito con i preamboli? Direi di sì.
Giudizio decisamente positivo: fino alla fine il film riesce a sorpredere. Ci si aspetta di vedere un addio al celibato epico, ma i danni effettivi sono fatti durante la cerimonia. "Un matrimonio indimenticabile" (cit.)
La contrapposizione tra le famiglie non poteva essere più forte: lui inglese, orfano: la sua unica famiglia sono 3 amici del tutto squinternati; lei australiana, famiglia bene, con un padre iperconservatore e grande autorità politica (anche se non manca la spina nel fianco: la sorella della sposa fintolesbica).
Si conoscono a Tuvalu, e subito arrivano le farfalle allo stomaco, non sanno neanche cosa abbiano studiato all'università, che decidono di mettersi l'anello al dito.
Mi vien voglia di raccontarvelo tutto, ma non mi sembra il caso, perché la sceneggiatura è ben strutturata ed è meglio andarlo a vedere, piuttosto che farvelo spiattellare dalla sottoscritta.
Sicuramente vi dico che le risate non si risparmiano, e nemmeno la suspance... proprio fino alla fine!
Gli ingredienti, comunque ci sono tutti: droga, alcol, ex fidanzate e pecore!
Menzione d'onore ad Olivia Newton John, la amo come il primo giorno, quando ancora era Sandy e non una maschera deforme di botulino: è lei la vera anima della festa.
Altra menzione particolare: Steve la Marquand, alias Ray, alias lo spacciatore, alias eh no, non ve lo posso dire. Personaggio aulico.
Stringata come al solito, vi lascio col mio consiglio "andate al cinema", e spero che non passi un anno dal mio prossimo post, au revoir.
Basically what we have here is a dreamer. Somebody out of touch with reality. When she jumped, she probably thought she’d fly.
*ROSICO ERGO SUM SINCE 1983*
Un pono piccolissimo, tutto pomellato.